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di Gabriella Cims (Promotrice Appello Donne e Media) |

Il Contratto di servizio pubblico radiotelevisivo è la carta che, ogni tre anni, indica per legge i doveri della Rai, in quanto azienda concessionaria, nei confronti dei cittadini che pagano il canone per finanziarla.

Ho letto la bozza del nuovo Contratto 2013-2015, che ora è depositata in Commissione Parlamentare di Vigilanza per il parere obbligatorio.

Purtroppo dobbiamo costatare che, nonostante i fiumi di parole, sono stati fortemente annacquati gli impegni operativi che nel 2010 avevamo inserito grazie ai 13 articoli proposti dall’Appello Donne e Media, la rete di associazioni ed organismi di parità che sostiene, insieme alla redazione di Key4biz, il piano di riforme di cui sono promotrice per una rappresentazione mediatica più realistica delle donne.

Nella bozza del Contratto si parla di “tutela” delle donne e di evitare di trasmettere immagini “tradizionali” ma nulla di impegnativo sui programmi, come peraltro si fa per diversi temi sensibili. Non basterà eliminare Miss Italia. E’ soprattutto con una pluralità di contenuti nuovi che si può promuovere messaggi utili a invertire la rotta della “maleducazione di genere” e della visione delle donne come orpelli ornamentali.

145 donne ammazzate ogni anno, nonostante le denunce. Più del 20% di gap d’occupazione tra i due sessi. Stipendi inferiori a parità di incarichi. Ragazzine che si prostituiscono per avere lo “status” di femmine vincenti più diffuso dai media. Minori che stuprano le loro coetanee. Ma un ragazzino nasce con il desiderio di violenza sessuale? O siamo noi che non sappiamo fornirgli una più completa visione/percezione della femminilità?

E’ una subcultura strisciante che ci corrode.

Martedì 17 dicembre, guiderò una delegazione dell’Appello Donne e Media che sarà ascoltata dalla Commissione parlamentare di Vigilanza per portare la voce di magistrate, avvocate, ingegnere, scrittrici, ricercatrici, rappresentanti del Censis, degli organismi di parità nazionali e locali; tutte stufe della “rimozione delle loro storie” dalle tivù, dai cartelloni pubblicitari, dalle riviste. Occorre offrire una visione plurale e non monotematica della realtà variegata delle donne. Occorre far riemergere il sommerso dei modelli di riferimento alternativi a quelli attualmente propinati.

A Roberto Fico, presidente a cinque stelle della Vigilanza, chiediamo di ascoltare la nostra ampia rete e accogliere le proposte di emendamenti che abbiamo elaborato, anche nel corso del gruppo di lavoro riunitosi con il CUG Enea, per creare impegni reali sulla programmazione del servizio pubblico finanziato anche con il canone. Lo esortiamo affinché dirami un “Atto di indirizzo” ad hoc, in grado di rimettere al centro della programmazione Rai il merito, protagonista ampiamente messo da parte ma elemento di volta, a nostro giudizio, per superare gli stereotipi degradanti e dilaganti, sia femminili che maschili.

La presidente Rai, Anna Maria Tarantola, è decisamente più avanti rispetto alla carta siglata dalla sua stessa azienda e dal governo. A fine ottobre ha varato un “documento sulla policy di genere” dell’azienda, in risposta alle richieste dell’Appello Donne e Media che le abbiamo fatto pervenire, fin dall’inizio del suo mandato, attraverso messaggi giunti dal Sud al Nord del Paese. Ha riconosciuto nelle nostre proposte una “nuova linea editoriale” che impegna Rai ad “un nuovo corso”, rispettoso della dignità umana, culturale e professionale delle donne.

Questo nuovo corso ora rischia di essere annebbiato.

Al governo Letta chiediamo un “Piano nazionale coordinato sull’educazione di genere” che parta dalle scuole, arrivi a chi fa informazione, televisione, agli autori, ai registi, ai webwriters, ai pubblicitari… Occorre un organismo non solo di controllo ma che abbia funzioni propositive su ciascuno di tali settori.

Il governo, la tivù pubblica dei cittadini, il parlamento non lascino sola la Tarantola con il grido di dolore delle donne.

Se veramente quelle vite spezzate o stuprate sono un problema non solo nelle commemorazioni.

Se veramente il contributo delle donne che vivono e si impegnano nella società è considerato un valore aggiunto per tutti e non solo per la metà di noi.

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