Il ruolo delle donne in Tv nel nuovo Contratto di Servizio Rai

Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di Gabriella Cims, coordinatrice dell’Osservatorio sui Servizi Audiovisivi insediato dal Vice Ministro delle Comunicazioni, sulla direttiva europea per le tv, in merito alle modifiche proposte per il nuovo Contratto di servizio pubblico radiotelevisivo.

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Rai Due

Roma, 29 Novembre 2009

Siete invitati a fare commenti a questo l’indirizzo internet:
gabriella.cims@sviluppoeconomico.gov.it

velineAppello a Romani, Calabrò e Garimberti: ”Il servizio pubblico ha un’occasione da non mancare”
Non occorrono tanti preamboli per descrivere quello che appare evidente agli occhi di tutti. Si potrebbe evitare di condire ogni contesto di trasmissione televisiva con un pezzo di carne di donna. Perché è di questo che si tratta quando accanto al conduttore di turno, che in genere incarna l’autorevolezza, si espone una forma corporea femminile della cui testa – senza metterne in dubbio l’esistenza – il più delle volte nulla è dato sapere. C’è un concetto che si chiama dignità. Dignità umana, culturale e professionale. Credo che questo concetto, riferito alle donne, sia stato ultimamente troppo tradito dai mezzi di comunicazione, in un processo a valanga che sta travolgendo tutto e tutti, consci ed inconsci. Il rischio di una subcultura strisciante e un po’ medievale, che permea la società, dà il suo allarme quando la cronaca ci schiaffeggia con la violenza di minorenni su loro coetanee. E lì rimaniamo atterriti. La domanda che vorrei porgere a chi ha la responsabilità di decidere anche per gli altri, la cosiddetta classe dirigente, è quanta colpa abbiano quei ragazzini e quanta responsabilità chi non ha saputo formare in loro una più corretta rappresentazione-visione della figura femminile.

Lungi da noi il volersi lasciar andare a considerazioni censorie. La bellezza fa spettacolo. Intanto puntualizziamo che anche la bellezza maschile attira l’audience. Il punto è un altro. Ben venga (sic) l’aspetto spettacolare che lega a doppio mandato ad una rappresentazione corporea della donna ma occorre anche mostrare, con una dose maggiore di equilibrio, che ciò rappresenta solo uno dei molteplici aspetti che compongono il variegato “altro emisfero”, quello femminile.

Quante donne fanno gavetta e hanno successo in politica, nella ricerca scientifica, nell’imprenditoria, nella medicina, nella cultura?
E a quante sarà data anche solo un’infinitesimale possibilità di rappresentare nel tubo catodico la loro esperienza di successo, le loro speranze e le loro fatiche, esattamente come abbiamo la possibilità si conoscere ogni millimetro emozionale delle partecipanti ai realities o ai concorsi bellezza, solo per fare un esempio? Perché stupirsi poi se tanta parte delle adolescenti, di qualsiasi estrazione sociale e livello culturale, ha come primo miraggio quello di diventare una velina o sue omologhe derivazioni. Quanto spazio , nondimeno nella Rai, il servizio pubblico dei cittadini, sarà dedicato ai successi e alle fatiche delle “altre”?
Chi accusa certa tivù commerciale deve anche spiegare cosa abbia fatto il servizio pubblico per porsi come alternativa che segna la differenza. Poi ci si interroga sulla disaffezione dal canone. Forse è venuto il momento, con pacatezza, di iniziare un nuovo corso.

Non servono grandi rivoluzioni, per cambiare funzionano le riforme, occorrono idee chiare, iniziative concrete e la volontà per farle camminare.

Credo che la naturale scadenza, a dicembre, del contratto triennale che stabilisce i doveri della Rai, sia una di quelle occasioni da non perdere. Come responsabile dell’Osservatorio sui Servizi Audiovisivi insediato un anno fa dal Vice Ministro delle Comunicazioni, ho proposto una serie di emendamenti per contribuire ad un nuovo corso dell’immagine femminile nel servizio pubblico. Ma ciò non basta e mi appello in primis alla sensibilità del Vice Ministro Romani al quale dico: diamo un segnale, il servizio pubblico ha un’occasione da non mancare. Confido inoltre sul significativo sostegno del presidente dell’Autorità, Calabrò, e dello stesso presidente della Rai, Garimberti, ai quali chiedo di contribuire a sostenere un miglioramento sostanziale dello status-quo.
Del precedente contratto, va detto, una cosa colpisce più di altre: commi e articoli doverosamente dedicati a temi sociali sensibili e niente di pari rango dedicato ai temi inerenti le donne. Cominciamo da qui: in primo luogo anche le pari opportunità hanno dignità per dedicarvi almeno un comma ad hoc. Secondo: stupisce come, nella programmazione sociale, il contrasto e la prevenzione della violenza sulle donne sia un vistoso “omissis” (articolo 8 – comma 6). I casi di stupro nel frattempo non sono diminuiti ed anzi, come ci ha ricordato il Presidente della Repubblica nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne, una su tre subisce violenza ancora oggi nel nostro Paese. Occorre una rivoluzione per inserire anche questa voce?

La Costituzione stigmatizza (articolo 3, 51 e 117) che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che di fatto limitano l’uguaglianza anche dei sessi. Ebbene, affinché il dettato dei costituenti non rimanga solo una bella intenzione, forse sarebbe utile prima di tutto rimuovere l’ostacolo prodotto di fatto da una parziale rappresentazione della donna e dal diffondersi nell’opinione pubblica di un ruolo troppo circoscritto, e quindi riduttivo, che le donne svolgono nella vita sociale, culturale ed economica del Paese.
Il servizio pubblico può e deve più di altri, visto che si finanzia anche con il canone, impegnarsi a migliorare l’uso che si fa della figura femminile sia nei programmi già trasmessi, sia con nuovi spazi ad hoc che correggano il tiro, porgendo all’immaginario collettivo una gamma più articolata di modelli della femminilità. Non occorre una rivoluzione. Basta la volontà.

Un’ultima domanda. Esiste un Comitato ad hoc che monitora la programmazione dei minori e l’effettiva applicazione del Codice di autoregolamentazione che ne è alla base: sarebbe troppo ipotizzare analoga attività riferita al nuovo corso “donne e tivù”? Credo che occorra avviare un dibattito quanto più ampio possibile su questo e invito a prendervi parte non solo i vertici delle istituzioni ma ogni singola persona che proprio non si riconosce nei modelli di donna quotidianamente propinati.

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